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Oltre la puntata

Dietro il profilo c’è un Tu

Quando il digitale ci insegna a conoscere tutto di qualcuno senza necessariamente incontrarlo

Dietro il profilo c’è un Tu

Quando il digitale ci insegna a conoscere tutto di qualcuno senza necessariamente incontrarlo

Possiamo sapere che musica ascolta.

Dove è stato ieri sera.

Che cosa pensa di una guerra.

Quale ristorante preferisce.

Chi segue.

Cosa compra.

A quali fotografie mette un cuore.

A che ora si collega.

Perfino quanto tempo rimane davanti a un contenuto.

Eppure potrebbe esserci una domanda alla quale non sappiamo rispondere:

chi è?

Non quale sia il suo profilo.

Non cosa faccia.

Non cosa abbia pubblicato.

Chi è.

Forse una delle contraddizioni più interessanti della nostra epoca sta proprio qui: mai abbiamo avuto così tante informazioni sugli altri e, allo stesso tempo, la quantità di informazioni non garantisce affatto l’incontro.

È da questo punto che vale la pena andare oltre Martin Buber.

Non per spiegare ancora una volta la differenza tra Io-Tu e Io-Esso, che abbiamo attraversato nella puntata di Tra pagine e legami.

Ma per chiederci cosa accade quando il mondo nel quale viviamo ci invita continuamente a trasformare le persone in qualcosa che possa essere classificato.

Abbiamo bisogno delle categorie

C’è un equivoco da evitare.

Non possiamo vivere senza categorie.

Un ospedale deve avere pazienti.

Una scuola ha studenti.

Un’impresa ha clienti.

Un giornale ha lettori.

Una piattaforma ha utenti.

Un social network misura follower, visualizzazioni e interazioni.

Anche nella vita quotidiana abbiamo bisogno di ruoli: collega, insegnante, vicino di casa, professionista, cliente.

Il problema non è la categoria.

Il problema comincia quando la categoria pretende di contenere tutta la persona.

È una differenza piccolissima nelle parole e gigantesca nella relazione.

Dire:

“è un cliente”

non è esattamente la stessa cosa che ricordarsi:

“questa persona, in questo momento, è anche un mio cliente”.

Nel primo caso il ruolo rischia di diventare identità.

Nel secondo rimane una funzione dentro una storia molto più grande.

L’algoritmo deve semplificare

Un algoritmo non potrebbe funzionare se trattasse ogni essere umano come un mistero irriducibile.

Deve trovare regolarità.

Riconoscere comportamenti.

Creare gruppi.

Calcolare probabilità.

Confrontare ciò che facciamo oggi con ciò che abbiamo fatto ieri.

Dal suo punto di vista è perfettamente ragionevole.

Il problema nasce quando iniziamo anche noi a guardare le persone con la stessa logica.

Quando diciamo:

“Lui è fatto così.”

“Lei reagisce sempre allo stesso modo.”

“Quelli sono tutti uguali.”

“So già cosa mi risponderà.”

In quel momento non stiamo più incontrando qualcuno.

Stiamo incontrando la previsione che abbiamo costruito su di lui.

E forse questa è una delle forme più silenziose attraverso cui una relazione smette di essere viva.

Il diritto di sorprenderci

C’è qualcosa che nessun profilo può contenere completamente: la possibilità di cambiare.

Una persona può contraddirsi.

Può maturare.

Può avere paura.

Può fare qualcosa che non ci aspettavamo.

Può essere diversa oggi da come era cinque anni fa.

Può sorprenderci.

Forse riconoscere un Tu significa anche concedere all’altro il diritto di non coincidere per sempre con la nostra interpretazione.

È particolarmente difficile nelle relazioni più vicine.

Con uno sconosciuto sappiamo di non sapere.

Con chi conosciamo da vent’anni rischiamo invece di pensare di sapere già tutto.

Ed è proprio lì che possiamo smettere di incontrarci.

Anche una fotografia può diventare una sentenza

Nel digitale il fenomeno diventa ancora più evidente.

Vediamo una fotografia.

Una frase.

Un commento.

Un video di trenta secondi.

E in pochissimo tempo costruiamo una persona intera.

È superficiale.

È arrogante.

È intelligente.

È ignorante.

È affidabile.

È narcisista.

È di destra.

È di sinistra.

È uno dei nostri.

È uno degli altri.

Da un frammento costruiamo un’identità.

Poi iniziamo a dialogare non più con quella persona, ma con l’identità che le abbiamo assegnato.

È uno dei motivi per cui molte conversazioni online sembrano non incontrarsi mai.

Non stanno parlando due persone.

Stanno combattendo due rappresentazioni.

Dentro la relazione

Questa dinamica non appartiene soltanto ai social.

Può entrare in una coppia.

In una famiglia.

In un gruppo di lavoro.

In una comunità.

“Tu fai sempre così.”

“Tu non capisci mai.”

“Con te è inutile parlare.”

Sono frasi che apparentemente descrivono un comportamento.

In realtà spesso fanno qualcosa di molto più forte:

chiudono la possibilità che l’altro possa essere diverso da come lo stiamo definendo.

E quando non lasciamo più all’altro lo spazio per sorprenderci, la relazione rischia di trasformarsi in una replica infinita di qualcosa che abbiamo già deciso.

Un piccolo esperimento

La prossima volta che stai per rispondere a qualcuno con cui hai una relazione difficile, prova a fare una cosa molto semplice.

Prima di scrivere o parlare, completa mentalmente questa frase:

“In questo momento sto pensando che lui/lei sia…”

Forse comparirà:

egoista.

aggressivo.

superficiale.

inaffidabile.

freddo.

incapace di ascoltare.

Non devi negare ciò che è accaduto.

Non devi fingere che un comportamento non esista.

Devi soltanto aggiungere una seconda frase:

“Questa è una cosa che penso di lui. Non è necessariamente tutto lui.”

Sono pochi secondi.

Ma creano uno spazio.

E a volte una relazione ricomincia proprio da uno spazio.

Tecnorelazione significa anche questo

Quando parlo di tecnorelazione, non penso a una tecnologia più gentile.

Penso alla capacità di rimanere umani anche mentre utilizziamo strumenti che, necessariamente, trasformano parte della nostra esperienza in numeri, profili, flussi e categorie.

La questione non è combattere gli algoritmi.

È evitare di diventare algoritmi anche noi.

Un messaggio può essere relazione.

Una videochiamata può essere incontro.

Una comunità online può diventare uno spazio profondamente umano.

E possiamo invece essere seduti allo stesso tavolo guardandoci negli occhi senza incontrarci affatto.

La differenza non è soltanto nello strumento.

È nel modo in cui guardiamo chi abbiamo davanti.

Una domanda che resta

Forse allora la domanda più interessante non è:

quanto conosco questa persona?

Potremmo sostituirla con un’altra:

c’è ancora qualcosa di questa persona che sono disposto a scoprire?

Perché finché la risposta è sì, la relazione rimane aperta.

L’altro non è ancora diventato soltanto una fotografia.

Un ruolo.

Una previsione.

Un profilo.

Rimane qualcuno.

Rimane un Tu.


Una domanda da abitare

Chi, nella mia vita, rischio di non incontrare più perché penso ormai di sapere già chi è?

Forse non serve cominciare da una grande conversazione.

Potrebbe bastare incontrarlo di nuovo.


Tra pagine e legami

Questo approfondimento nasce dalla quinta puntata della terza stagione di Tra pagine e legami, dedicata a Martin Buber e a Io e Tu.

Il podcast apre una porta.

Oltre la puntata prova a non richiuderla quando termina l’audio.

🎧 Ascolta la puntata: “Io e Tu – Quando l’altro smette di essere qualcosa e torna a essere qualcuno”

Vai alla scheda della puntata


Fonti e riferimenti

Martin Buber, Ich und Du (Io e Tu), 1923.

Stanford Encyclopedia of Philosophy, Martin Buber, per l’inquadramento della relazione Io-Tu e Io-Esso.

Internet Encyclopedia of Philosophy, Martin Buber, per il pensiero dialogico e il concetto del “tra” nella relazione.

Tra pagine e legami

Questa riflessione nasce da una puntata del podcast

Se sei arrivato qui senza averla ascoltata, puoi partire dalla voce, dalle parole e dalle domande che hanno dato origine a questo approfondimento.

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