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Beyond the episode

La presenza non ha la spunta blu

Perché la velocità di una risposta non misura la qualità di una relazione

Il messaggio è stato letto.

Lo sappiamo. C’è una conferma sullo schermo. Passano cinque minuti. Poi dieci. Poi un’ora. Nessuna risposta.

E dentro di noi può cominciare una conversazione che non abbiamo mai avuto con l’altra persona.

«Forse è arrabbiata.» «Forse non le importa.» «Forse mi sta evitando.» «Se ci tenesse davvero, avrebbe già risposto.»

Non sappiamo cosa stia accadendo dall’altra parte dello schermo. Eppure quel silenzio comincia ad avere un significato. Non è necessariamente il significato che l’altro gli ha dato. È quello che gli stiamo attribuendo noi.

Forse una delle trasformazioni più delicate della comunicazione digitale è proprio questa: abbiamo cominciato a trattare la reperibilità come se fosse una misura dell’affetto, dell’attenzione e della qualità delle relazioni.

Ma una persona può rispondere immediatamente senza esserci davvero. E può volerci bene profondamente anche quando non risponde.

Quando il tempo di risposta diventa un messaggio

Per molto tempo, nella vita quotidiana, abbiamo conosciuto la possibilità di non trovare qualcuno. Suonavamo un campanello e nessuno apriva. Telefonavamo e nessuno rispondeva. Potevamo immaginare molte spiegazioni: la persona era fuori, impegnata, lontana dal telefono, occupata in qualcosa che non conoscevamo.

La comunicazione digitale ha cambiato in parte questa esperienza. Oggi possiamo vedere se un messaggio è arrivato. In alcune applicazioni possiamo sapere se è stato letto. A volte conosciamo perfino l’ultima volta in cui una persona è stata online.

Sono informazioni utili. Possono aiutarci a organizzarci, rassicurarci, evitare incomprensioni. Ma possono anche creare un’aspettativa nuova: se sai che ti ho scritto, allora devi rispondermi. E se non rispondi, forse stai dicendo qualcosa su di me.

Il tempo tecnico di una risposta diventa così un linguaggio emotivo.

Il problema nasce quando dimentichiamo che un’informazione sullo stato di un messaggio non è un’informazione completa sullo stato di una relazione.

La conferma di lettura ci dice, al massimo, qualcosa su un’interazione con il dispositivo. Non ci dice cosa stia vivendo la persona. Non ci dice se abbia le parole giuste. Non ci dice se sia stanca, preoccupata, confusa o impegnata. Non ci dice nemmeno se abbia bisogno di tempo prima di rispondere con attenzione.

Ci offre un frammento. E noi rischiamo di trasformarlo in una sentenza.

Il paradosso della disponibilità permanente

Nella sesta puntata di Tra pagine e legami, il pensiero di Sherry Turkle ci accompagna dentro il paradosso di essere sempre connessi e talvolta sentirci soli. Ma da quella riflessione nasce una domanda ulteriore.

Che cosa succede quando una relazione non si limita a rendere possibile il contatto, ma pretende la disponibilità continua?

Pensiamo a una giornata normale. Un collega scrive mentre stiamo lavorando a qualcosa che richiede concentrazione. Un familiare manda un messaggio durante una riunione. Un gruppo WhatsApp continua a produrre notifiche mentre stiamo cenando. Un amico vorrebbe una risposta mentre siamo già impegnati ad ascoltare un’altra persona.

Non possiamo offrire la stessa qualità di attenzione a tutti, nello stesso momento. E tuttavia possiamo cominciare a sentirci in difetto ogni volta che scegliamo di non rispondere.

È una forma di pressione sottile, che qualche volta nasce dall’organizzazione del lavoro, altre dalle abitudini dei gruppi, altre ancora dalle aspettative delle persone alle quali siamo legati.

La conseguenza è curiosa: per non far sentire trascurato chi ci scrive, rischiamo di trascurare chi abbiamo davanti. Per dimostrare di esserci per qualcuno lontano, diventiamo meno presenti con qualcuno vicino.

E alla fine siamo continuamente disponibili a interromperci, ma sempre meno capaci di offrire un tempo intero.

La relazione ha bisogno anche di confini

Parlare di confini può sembrare poco romantico. Nelle relazioni importanti ci piace pensare che non debbano esserci orari, limiti, attese. Se ami qualcuno, ci sei. Se tieni a un progetto, rispondi. Se sei parte di una comunità, partecipi.

C’è qualcosa di vero in queste aspettative: le relazioni hanno bisogno di affidabilità e di responsabilità reciproca. Ma l’affidabilità non coincide con l’accessibilità illimitata.

Essere affidabili può significare dire: «Adesso non riesco ad ascoltarti bene. Ti chiamo più tardi.» Oppure: «Ho letto, ma vorrei prendermi un po’ di tempo per risponderti.» Oppure: «Se è urgente, chiamami. Per il resto, ti rispondo appena possibile.»

Sono frasi semplici. Eppure fanno qualcosa di importante: rendono comprensibile un’assenza temporanea, evitando che diventi uno spazio vuoto nel quale l’altro debba inventare spiegazioni.

Un confine comunicato con cura può proteggere una relazione più di una disponibilità promessa e continuamente disattesa.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali rispondere subito è importante: un’emergenza, una responsabilità di assistenza, un impegno lavorativo concordato, un bisogno urgente di aiuto. Non si tratta di usare il diritto al silenzio per sottrarsi alle proprie responsabilità.

Si tratta di riconoscere che la cura richiede anche accordi chiari su quando e come esserci.

Non rispondere subito non è sparire

C’è però un rischio opposto: usare il bisogno di tempo come giustificazione per non affrontare mai una conversazione.

Non ogni silenzio è rispettoso. A volte il silenzio diventa evitamento. Può servire a punire qualcuno, a rimandare indefinitamente una responsabilità, a lasciare l’altro senza una spiegazione quando una spiegazione sarebbe necessaria.

Per questo il problema non può essere risolto con uno slogan del tipo: «Non devo rispondere a nessuno».

Le relazioni non crescono né nella pretesa di una disponibilità permanente né nell’indifferenza verso le attese degli altri. Hanno bisogno di una reciprocità più adulta.

Io provo a rispettare il tuo tempo. Tu provi a non interpretare automaticamente le mie pause come un rifiuto. Se non posso esserci, cerco di dirtelo. Se hai un bisogno importante, provi a comunicarlo chiaramente. Se qualcosa ci ferisce, ne parliamo invece di affidare tutto alle conferme di lettura.

Non è sempre facile. Ma è un modo per togliere alle piattaforme un compito che non possono svolgere: interpretare al posto nostro il significato dei legami.

Cosa ci dicono le ricerche

Sherry Turkle, dopo Alone Together, ha sviluppato ulteriormente queste domande in Reclaiming Conversation, pubblicato nel 2015.

Il suo invito non è semplicemente abbandonare gli strumenti digitali. È difendere e ricostruire gli spazi della conversazione, quelli nei quali possiamo ascoltare senza dividere continuamente la nostra attenzione.

Anche alcune ricerche sperimentali aiutano a comprendere perché questo sia importante.

Uno studio di Ryan Dwyer, Kostadin Kushlev ed Elizabeth Dunn, pubblicato nel 2018 sul Journal of Experimental Social Psychology, ha esaminato l’uso dello smartphone durante incontri a tavola e in situazioni quotidiane. Nei contesti studiati, la presenza e l’uso dei telefoni si associavano a maggiore distrazione e a un minore piacere dell’interazione faccia a faccia.

Il risultato non dimostra che gli smartphone distruggano le relazioni. Sarebbe una conclusione sproporzionata. Suggerisce piuttosto che l’attenzione è una risorsa concreta delle nostre conversazioni: quando viene continuamente frammentata, anche l’esperienza di stare insieme può impoverirsi.

Ma le domande rimangono aperte. Una conversazione digitale può essere profondissima. Un incontro in presenza può essere superficiale. E un dispositivo può anche rendere possibile la vicinanza quando la distanza fisica impedisce di incontrarsi.

La qualità del legame non si lascia misurare semplicemente contando gli schermi presenti in una stanza.

Un patto di presenza, non un divieto

Forse nelle famiglie, nei gruppi, nelle équipe e nelle comunità abbiamo bisogno di una conversazione nuova.

Non soltanto: «Quanto usiamo i telefoni?» Ma: «Che cosa ci aspettiamo gli uni dagli altri quando ci scriviamo?»

Un gruppo di lavoro potrebbe accordarsi sugli orari nei quali è normale non rispondere. Una famiglia potrebbe distinguere i messaggi ordinari dalle urgenze. Due persone potrebbero dirsi che cosa le fa sentire trascurate, senza trasformare quella sensazione in un’accusa. Una comunità potrebbe scegliere di non misurare la partecipazione dal numero di reazioni a un messaggio.

Non occorrono regole uguali per tutti. Occorrono accordi comprensibili, realistici, capaci di cambiare quando cambiano le persone e le situazioni.

La presenza, in fondo, non è semplicemente una questione di minuti. È anche una questione di fiducia: sapere che qualcuno non è disponibile in ogni istante, ma che posso contare su di lui quando ne ho davvero bisogno.

Sapere che posso chiedergli attenzione senza pretenderla continuamente. Sapere che una conversazione importante merita uno spazio nel quale nessuno dei due debba difendersi da tutto il resto.

La tecnorelazione comincia anche dall’attesa

When I speak of techno-relational approach, penso proprio a questa responsabilità.

Non basta utilizzare bene gli strumenti. Dobbiamo imparare a riconoscere le aspettative che quegli strumenti producono e il modo in cui entrano nei nostri legami.

La tecnologia può mostrarci che qualcuno è online. Non può garantirci che sia disponibile emotivamente. Può segnalare che un messaggio è stato letto. Non può dirci se è stato compreso. Può rendere una risposta immediata. Non può renderla automaticamente attenta.

E può aiutarci a mantenere un legame anche a grande distanza, se sappiamo riconoscere il valore di ciò che ci rende possibile.

Forse allora la maturità digitale non comincia quando impariamo a rispondere sempre più velocemente. Comincia anche quando impariamo a costruire una relazione nella quale non abbiamo bisogno di una risposta istantanea per sentirci riconosciuti. E nella quale, quando scegliamo di esserci, proviamo a esserci davvero.

A question to live with

C’è una persona dalla quale aspetto spesso risposte immediate? E c’è una persona alla quale prometto continuamente attenzione, ma alla quale offro soltanto ritagli di tempo?

Forse le due domande stanno insieme. Perché una relazione più libera chiede di rispettare il tempo dell’altro e, contemporaneamente, di essere responsabili del tempo che scegliamo di donargli.

A small experiment

Scegli una persona con la quale comunichi spesso. Non iniziare imponendo una regola sul telefono. Prova invece a chiederle:

«Come possiamo farci sentire presenti anche quando non possiamo risponderci subito?»

Ascolta la risposta. Poi cercate insieme un accordo semplice, adatto alla vostra relazione. Non per controllarvi meglio. Per fidarvi di più.


Beyond the episode

Questo articolo nasce come approfondimento collegato alla sesta puntata della terza serie di Tra pagine e legami: Insieme ma soli – Sherry Turkle.

La puntata parte dal libro Alone Together e dalla domanda sulla qualità della nostra presenza nell’epoca della connessione permanente. Qui abbiamo provato ad andare oltre, interrogandoci sulle attese, sui confini e sulla responsabilità di rendere le relazioni più libere e affidabili.

Scopri il podcast Tra pagine e legami.

Sources and references

Sherry Turkle, Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, Basic Books, 2011.

Sherry Turkle, Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age, Penguin Press, 2015. Pubblicazioni dell’autrice – MIT.

MIT News, 3 Questions: Sherry Turkle on “Reclaiming Conversation”, 17 novembre 2015.

Ryan J. Dwyer, Kostadin Kushlev, Elizabeth W. Dunn, Smartphone use undermines enjoyment of face-to-face social interactions, Journal of Experimental Social Psychology, vol. 78, 2018, pp. 233–239. DOI: 10.1016/j.jesp.2017.10.007.

Tra pagine e legami

This reflection grew out of an episode of the podcast

Questa riflessione nasce dalla sesta puntata della terza serie di Tra pagine e legami, dedicata a Sherry Turkle e al libro Insieme ma soli. Se ancora non l'hai ascoltata, comincia dalla voce e dalla domanda che attraversa tutta la puntata: siamo davvero presenti o soltanto raggiungibili?

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